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ROMA-11-09-2019- L'onorevole ossolano Enrico Borghi

commenta sulla sua pagina on line la nascita del nuovo governo Conte: "E’ nato il governo “giallo-rosso”- spiega Borghi-Un governo di svolta, che archivia in Italia (si spera definitivamente, ma il dato non è per nulla acquisito e occorrerà molto lavoro politico per renderlo tale) la stagione del sovranismo al governo, e che vede una assunzione di responsabilità da parte del Partito Democratico.  Non vi è dubbio che il primo, e importante dato, della nuova stagione che si apre con il “Conte II”, risiede nella nascita di un governo che sul piano del posizionamento politico internazionale ripristina la tradizionale vocazione atlantica e europea della Repubblica e sul piano della politica economica possiede una coerenza interna decisamente maggiore della compagine precedente.  Il detonatore che ha portato al “big bang” agostano è stata, indubbiamente, la brama di potere del leader della Lega che ha tentato –fatto inusitato- un vero e proprio blitzkrieg, fidando nell’effetto spiazzamento nei confronti dei grillini e nel “congelamento” politico del Partito Democratico.  Tolta la spina a Conte, nel suo “beach-tour” allestito in funzione propagandistica Salvini aveva subito tratteggiato –tra un mojito, qualche cubista e gli immancabili selfie- quale fosse lo scenario del suo desiderio di “pieni poteri”: una profonda, strutturale modifica dell’assetto della democrazia e della stessa società italiana.  I “pieni poteri” invocati da Salvini (e imperniati sull’odio civile sparso a piene mani, sulla chiusura dei porti, sull’indifferenza e addirittura la derisione delle sofferenze e della morte dei migranti, dentro una evidente imitazione del mussolinismo orchestrato dalla “Bestia”) puntavano ad obiettivo preciso: portare l’Italia ad essere il primo paese europeo a piena, totale ed esclusiva guida sovranista, e da lì collocarla in un nuovo sistema di alleanza internazionale attraverso lo scardinamento dell’Unione Europea.  Una specie di Bielorussia del Mediterraneo. Era questo l’obiettivo del delirio agostano di Salvini, alimentato da un conformismo tradizionalmente diffuso nelle “classi dirigenti” del Paese e sostenuto robustamente da una alleanza internazionale imperniata su Mosca e –forse- anche da risorse finanziarie provenienti  (come si sarebbe detto un tempo) da Oltrecortina.  Siccome in politica, come in fisica, ad ogni reazione corrisponde una reazione uguale e contraria, la paranoia balneare di Salvini (indimenticabile la sua volgare intimazione al Parlamento a sdraiarsi ai suoi voleri dalla spiaggia di Pescara) ha innescato due processi: la difesa del Movimento 5 Stelle –guidata da un Giuseppe Conte che ha dismesso i panni del burocrate per calarsi in quelli del politico- e lo “scongelamento” del Partito Democratico, reso plastico dall’intervista dell’11 agosto al “Corriere della Sera” di Matteo Renzi e poi governato dall’azione unitaria del segretario Zingaretti.  Mentre i due processi si innescavano, su un quadro costituzionale che -come noto a chi non si nutre di propaganda o di ignoranza- prevede la nascita e la morte dei governi in Parlamento, sullo sfondo si allungavano da un lato le preoccupazioni di alleati e partner internazionali e dall’altro i timori di una tempesta perfetta che unisse una recessione economica ad una regressione delle libertà civili e del livello dei diritti.  Salvini ha sottovalutato che siamo la patria di Machiavelli, e che la “realpolitik” è una delle caratteristiche degli attori in campo.  Convinto, anzi si potrebbe dire obnubilato, dalla sua dimensione di potere narcisistica e debordante, il leader della Lega ha innescato la reazione a catena che alla fine lo ha consegnato alla storia come l’autore  di una delle più grandi operazioni di autolesionismo che la storia politica italiana possa ricordare.  Resta, ora, un punto: la logica difensiva, che ha portato alla nascita del “Conte 2”, mescolata al principio secondo il quale il fine giustifica i mezzi, può far conseguire il primo, essenziale risultato che è stato perseguito e ottenuto. Da oggi, la Repubblica non ha più un autocrate che detiene le leve del ministero dell’interno possedendo al contempo la “golden share” dell’esecutivo, e non ha più un governo nel quale il sovranismo è in principio attivo. E’ un risultato importante, importantissimo.  Ma il perimetro del “governo della svolta” non può, e non deve, esaurirsi dentro questa dinamica.  Il varo del “Conte II”, l’assunzione di responsabilità del Pd, l’esplicita affermazione di aver voluto far nascere un esecutivo politico che non fosse la giustapposizione modello “puzzle” di programmi differenziati ma fosse uno sforzo di sintesi comune portano con se l’esigenza di un profilo politico preciso.  Una capacità di saper giocare all’attacco, oltre che in difesa.  Siamo in presenza di un vasto cambiamento degli equilibri politici, che può avere un impatto rilevante nella Storia e negli assetti sociali del Paese.  Da un rilancio di una stagione di dialogo e di confronto con gli altri, per dirla con Moro, possiamo conciliare in questa nuova congiuntura politica la “coscienza di noi” e “l’apertura verso gli altri” come condizioni per affrontare il tempo che abbiamo di fronte come quello nel quale inverare quelle prospettive di rinnovamento, di equità, di giustizia, di modernizzazione che abbiamo posto alla base del nostro agire politico.  Abbiamo bisogno, insomma, di costruire attorno a questa esperienza un pensiero politico. Che esprima quindi un “progetto di società”, che caratterizzi la nostra stessa presenza all’interno delle istituzioni e che in tal modo non riduca l’azione di governo a un mercanteggiamento permanente o a uno scambio quotidiano.  Il potere, lo dobbiamo riaffermare, è e resta sempre un mezzo e mai un fine, e quindi deve essere sempre funzionale al raggiungimento di un obiettivo politico.  Il primo –evitare l’avvento di un sovranismo asfissiante- l’abbiamo ottenuto.  Ora abbiamo di fronte un altro, ancora più impegnativo, obiettivo: fare di questo governo lo strumento  di riscatto politico per vasti ceti popolari che in questi anni hanno pagato il prezzo di una globalizzazione senza governance e di una crisi economica profonda.  E’ una idea di “progetto generale” al quale deve ambire il Pd, per non legare la propria identità e la propria dimensione esclusivamente alla dimensione della gestione del potere, che senza questa prospettiva ideale rischia di consegnarci nuovamente alla emarginazione se non al declino.  Norberto Bobbio, di fronte a coloro che osservavano –anche da sinistra-  il crollo del muro di Berlino come eliminazione di ogni ostacolo al trionfo definitivo e sfrenato del mercato, ammoniva sulla illusione che la fine del comunismo ponesse fine a quello che definiva “il bisogno e la sete di giustizia”.  Lui, che definiva la risposta data dal comunismo come “falsa e bugiarda”, sapeva che non per questo si era affievolita la domanda di giustizia, di uguaglianza e di libertà.  Ecco, la risposta a questa domanda nell’Italia di oggi per l’Italia di domani deve essere il nostro progetto nella nuova stagione che si è aperta".